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Ma Loute

  • Uscita:
  • Durata: 122min.
  • Regia: Bruno Dumont
  • Cast: Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent, Brandon Lavieville, Raph, Didier Desprès, Cyril Rigaux, Laura Dupré, Thierry Lavieville, Manon Royère, Lauréna Thellier, Caroline Carbonnier
  • Prodotto nel: 2016 da JEAN BRÉHAT, RACHID BOUCHAREB, MURIEL MERLIN PER 3B PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON TWENTY TWENTY VISION FILMPRODUKTION, PALLAS FILM, ARTE FRANCE CINÉMA, WDR ARTE
  • Distribuito da: MOVIES INSPIRED
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TRAMA

Estate 1910, baia di Slack nella Francia del Nord. Alcune misteriose sparizioni stanno sconvolgendo la regione mentre l'improbabile ispettore Machin e il suo assistente, il sagace Malfoy, conducono maldestramente le indagini. I due si ritroveranno loro malgrado nel mezzo di una bizzarra storia d'amore tra Ma Loute, figlio maggiore di una famiglia di pescatori dalle abitudini particolari, e Billie van Peteghem, la più giovane discendente di una famiglia di ricchi borghesi decaduti di Lille.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Bruno Dumont dimostra che la (nuova) strada intrapresa con la sorprendente miniserie P’tit Quinquin (la seconda stagione è in lavorazione) non è stata solamente una semplice deviazione di un percorso fino ad allora caratterizzato da film estremi e non sempre facilmente accessibili. Il regista francese si dà quindi anche stavolta alla commedia, in costume, surreale e grottesca, per portare oltre i limiti del parossismo la contrapposizione tra classi sociali. Estate 1910, sulla Channel Coast avvengono misteriose sparizioni. E un’insolita storia d’amore, tra un giovane raccoglitore di ostriche (il Ma Loute del titolo) e la nipote dei borghesi Van Peterhem, creerà ulteriore confusione. Dumont è sin da subito chiarissimo: da una parte le solite facce di incredibili, perfetti sconosciuti, non attori chiamati a dare il “peggio” di sé per interpretare la famiglia Brufort, modesti raccoglitori di molluschi che, per arrotondare, si fanno pagare dai benestanti per essere aiutati ad attraversare un breve tratto della baia; dall’altra, i riconoscibilissimi Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche, naturalmente impiegati per vestire i pomposi panni dei Van Peterhem. In mezzo a questi, l’obeso ispettore Machin e il suo assistente Malfoy tentano, senza particolari risultati, di scoprire qualcosa di più sulle misteriose sparizioni dei turisti. Estremizzando i due mondi, il regista francese chiede alle sue star di non trattenersi in un alcun modo, cercando anzi una recitazione sempre sopra le righe, oltre il teatrale, per rimarcare l’ipocrisia di una nobiltà già all’epoca antistorica e decaduta. Di contro, alla famiglia di pescatori, suggerisce di non dimenticare mai la natura ferina che ne contraddistingue anche i tratti somatici, costringendoli a fagocitare (letteralmente) le carcasse di una specie destinata all’estinzione. Il tutto, naturalmente, incastonato nella cornice struggente e mozzafiato di un luogo selvaggio che, a quanto pare, neanche la forza del vento è capace di trasformare. Saranno le persone, piuttosto, a volare via, vuoi per miracolose ascese verso il divino, vuoi per trasformarsi in veri e propri palloni aerostatici con cui adornare una festa in giardino. Ed è anche nell’insistenza di questo nonsense esasperato che Dumont, trascorsa la prima mezz’ora del film, finisce per annoiare. Quasi incapace di arrestarsi, come accade con gli innumerevoli ruzzoloni dell’irresistibile Machin, personaggio che sembra uscito dalle comiche in bianco e nero dei primordi della storia del cinema. Ma anche quello è un giochino che dopo un po’ stanca. Chissà, forse è ancora presto per dirlo con certezza, ma ancora tendiamo a preferire il Dumont vecchie maniere. Si rideva meno (anzi, per nulla), ma i suoi film erano capaci di durare ben al di là dei titoli di coda. Un cinema cannibale, quello sì capace di mangiare anche lo spettatore, che non faceva prigionieri.

  • Corriere della Sera

    Abbandonata la chiave mistico-autoriale degli esordi, Dumont sembra voler bissare il successo della miniserie 'P'tit Quinquin' (inedita in Italia) accentuandone il carattere farsesco e fumettistico. Stavolta però rischia di perdere il senso della misura. Il «giallo» svapora tra la recitazione caricaturale degli attori, tra miracoli, levitazioni e sberleffi vari: se voleva ricordare che le classi non si possono mescolare (...) sbaglia clamorosamente le misure, se voleva ritrovare il gusto delle farse slapstick ha troppe cadute di ritmo, se voleva sorprendere tutti con la propria eccentricità, rischia di riuscirci. Ma basta?

  • Il Messegero

    (...) vivace, variopinto, gelido, farsesco; una fantasticheria ambientata tra le grandi spiagge della Francia del Nord e popolata di ricchi incestuosi, adolescenti dal sesso incerto, pescatori di cozze che preferiscono mangiarsi i turisti, dopo averli portati in braccio tra le paludi come servi, più due ispettori in bombetta usciti dagli albi di 'Tintin'. (...) parla solo all'occhio e alla testa, regalando una mezz'ora di sorpresa e divertimento per poi diventare ripetitivo e gratuito. (...) il talentuoso Dumont (...) si converte a una comicità aggressiva che costringe gli attori a recitare come marionette impazzite ma esauriti il divertimento e la fascinazione iniziale finisce per sfondare solo porte aperte. Intendiamoci, il tentativo è tutto da difendere, basterebbe l'idea di abbinare fuoriclasse come Valeria Bruni Tedeschi, Fabrice Luchini e Juliette Binoche a caratteristi o non professionisti scelti per il loro fisico per rendere lo stravagante 'Ma Loute' (...) un esperimento interessante. Ma non si diventa Buñuel a comando, e poi da Deodato a De Oliveira passando per Marco Ferreri il cannibalismo come metafora ha una lunga storia (cinematografica) alle spalle. Alla fine le moine, gli ombrellini, gli svaghi, le idiozie, in breve l'orrore inconsapevole di questi borghesi incestuosi ci scivola addosso senza lasciare quasi traccia.

  • Il Manifesto

    (...) 'Ma Loute' (...) appare destinato al piacere (?) della cinefilia mondiale che adora il suo regista. Perché con Dumont funziona così, o amore incondizionato o irritabile affaticamento, almeno per primi titoli ('L'Humanité') in cui il regista si divertiva a esibire la sua autorità (autoritarismo) nell'immagine di un assoluto spirituale fosse violenza, demenza, guerra, degrado. Ora però qualcosa sembra cambiato e questo nuovo film somiglia più al precedente, la serie di successo (...) 'P'tit Quin-quin' (...). Anche qui c'è un poliziotto dall'aria maldestra che una grassezza fuori misura rende ancora più goffo incaricato di investigare su un misterioso caso di persone scomparse. Lo accompagna un assistente piccoletto (coppia comica classica alla Stan Laurel e Oliver Hardy) al quale ricorre spesso per farsi rimettere in piedi quando rotola a pancia in giù. E c'è un paesaggio, il Nord della Francia ai primi del Novecento, con l'orizzonte che fugge verso il mare, in cui si muovono figure paradossali, crudeli, bestiali, e dove aleggiano paura e irriverenza. (...) nulla è un caso in questo film che il suo autore definisce pazzo. Per la sua versione della storia francese e del mondo umano l'ex professore di filosofia Dumont esaspera il grottesco (proprio come nella serie) a cominciare dalla lingua degli attori (...) quella dei borghesi comica nella sua pretenziosità come i loro gesti e i corpi ammalati di ipocrisia e perversione. E quella dei pescatori dura, tagliente, come le loro facce. Un accumulo però che finisce per saturare la proposta di messinscena, il respiro delle immagini costruite con precisione tra meravigliosi oggetti d'epoca e qualcuno all'improvviso levita e scompare lontano. Dumont utilizza il cinema e la sua storia, compone le sue inquadrature seguendo l'iconografia del tempo, accumula dettagli e riferimenti, storia e poesia in quei corpi che però nonostante l'eccesso di performance mancano di carnalità. Figurine, segni, anche quando perturbano l'ordine sfiorandosi in questa convivenza forzata.

  • La Repubblica

    Bruno Dumont (...) ha avuto un percorso altalenante, trovando nuova accoglienza presso la critica con la miniserie 'P'tit Quinquin'. Che è il precedente diretto di questo 'Ma loute', per l'ambientazione e per la linea comico-grottesca innestata sul suo cinema, fatto di austera religiosità e ossessioni corporali. (...) Lo stile è da fumetto di inizio secolo, tipo 'Les Pieds Nickelés', e ci sono due poliziotti che sembrano un po' Stanlio e Ollio, un po' i fratelli Dupont di 'Tintin'. Dumont ha un controllo della messa in scena indubbio, e alcune gag sono azzeccate. Ma il gioco è insistito, l'umorismo è tutto in una specie di falsetto, e sembra che il divertimento maggiore per il regista sia istigare alcuni celebri attori (Luchini, Bruni Tedeschi, Binoche) a prendersi in giro da soli facendo mille smorfie.

  • La Repubblica

    Certi personaggi si direbbero usciti un po' dalle tele di Magritte, un po' dalle tavole a fumetti di 'Tintin'. I paesaggi paiono diorami di Daguerre; e, poiché l'azione si svolge all'inizio del secolo scorso, sembrano alludere ai primordi del cinema. Certo 'Ma Loute' è un film bizzarro: fin troppo a parere di alcuni, però corroborante tra tanto cinema-fotocopia circolante per gli schermi. (...) Bruno Dumont arrischia un'inedita lettura della lotta di classe in bilico fra tragedia e burlesque, affidando le parti dei borghesi a un cast irresistibile: Luchini, Binoche, Bruni Tedeschi.

  • Libero

    Piacerà al nostro pubblico che ama essere in sintonia con i radical chic parigini che hanno trattato da genio Dumont all'ultimo Festival di Cannes. Genio non è anche se è difficile negargli un certo talentaccio nel mettere in campo una serie di figurine stravaganti e spesso divertenti.

  • Il Giornale

    Siamo dalle parti della comicità spesso surreale, sopra le righe, ma non per questo meno incisiva. Pellicola anarchica come spirito e irrisolta come a volte è la vita.

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